L’empatia è la capacità di sentire con l’altro.
Pensateci bene: con l’altro.
È una parola bellissima che deriva dal greco antico “empátheia”, composto da “en-“, ovvero “dentro”, e “pathos”, cioè “sofferenza”.

È l’abilità di immedesimarsi nella persona estranea, assumerne il punto di vista e provare i suoi stessi sentimenti.

Anche se l’esperienza empatizzata e quella vissuta restano due esperienze diverse, esercitare l’empatia vuol dire diminuire il senso di solitudine di chi ha vissuto quell’esperienza in prima persona. Vuol dire stringere ( o creare?) legami sociali sicuramente utili per provare ad espandere la comprensione di ciò che ci circonda, fenomeni – sempre sociali – inclusi.

Ecco, chi gode di spazi nei media tradizionali sceglie troppo spesso di utilizzare una comunicazione escludente, che ignora completamente il dolore che questa comporta ad una parte delle persone che la subisce.

Arrivo in ritardo, me ne rendo conto, ma voglio dire che rivendicare il diritto di poter utilizzare termini come ne*ro, f*ocio, ri**hione, pu**ana, fa di questi professionisti della parola – che ho deciso di chiamare i Pii e gli Amedei della comunicazione – persone che scelgono consciamente e testardamente di continuare a procurare dolore alle minoranze a cui si rivolgono dicendole, oltretutto, di “farsi una risata”, che “così si combatte l’odio”, avendo quindi anche l’assurda pretesa di imporre a chi soffre cosa giudicare offensivo, per cosa soffrire, e come combattere le proprie battaglie.

L’empatia è la capacità di sentire con l’altro.

Tutto questo dall’alto dei loro punti ciechi causati dai privilegi di cui sono investiti.

Non c’è bisogno che nessuno spieghi, a chi fa della comunicazione il proprio mestiere, quali siano i pesantissimi bagagli storici che determinate parole portano con sé, ed è proprio questo l’aspetto che ci fa indignare, perché i Pii e gli Amedei della parola scelgono di non essere empatici; scelgono di non ascoltare chi è costretto a convivere con i traumi enormi che il razzismo e l’omobitrasfobia gli hanno causato, e che continuano a causargli.

In poche parole, quello che i Pii e gli Amedei dicono è: “so che esisti, so che soffri, ma non voglio ascoltare queste tue sofferenze, e, anzi, rivendico il diritto di continuare a farti soffrire“, questo nonostante siano proprio le persone con i loro stessi privilegi ad essere la causa di queste sofferenze.

E ancora: “Sentirti chiamare Fr*cio ti fa soffrire? Sbagli, e te lo dico io che sono etero; Ne*ro è una parola che ti addolora? Lo so, ma io sono il paladino della battaglia al politically correct che vuole impedirci di dire tutto quello che vogliamo.
Soffrite e non rompete, su.”

hanno anche l’assurda pretesa di imporre a chi soffre cosa giudicare offensivo, per cosa soffrire, e come combattere le proprie battaglie.

Empatia, appunto.

E non importa quanti siano gli esempi che i Pii e gli Amedei portino tra le fila delle testimonianze a loro favore, di persone che “non si offendono”, perché esistono donne maschiliste, non bianchi razzisti verso la propria etnia e omosessuali omofobi proprio a causa dell’introiezione del patriarcato, del razzismo e dell’omobitransfobia.

Possibile che i Pii e gli Amedei non conoscano queste dinamiche? Possibile, ma poco probabile.

È più probabile, invece, che non abbiano il coraggio di ammettere di conoscerle, perché li porrebbe nella posizione di chi, davanti ad obiezioni corrette, decide comunque di continuare a sostenere posizioni razziste e omobitransfobiche piuttosto che cambiarle.

Perché ammettere di aver sbagliato significherebbe mettere in discussione troppi aspetti della propria professione, che in questo caso combaciano con la propria persona. Dovrebbero reinventarsi da zero, e ovviamente hanno paura di non esserne in grado.

Pii e Amedei, potrete pure continuare ad ignorare il fatto di essere tra i vettori delle sofferenze di cui sopra, ma sappiate che noi, invece, continueremo a provare a prenderci cura delle persone contro cui vi accanite, e, nel mentre, proveremo a combattere ciò che rappresentate: la disparità.