Si avvicina il Black Friday, e se neanche il problema della fast-fashion riusciva a tenervi lontano dai capi d’abbigliamento venduti a 5€, sappiate che quest’anno c’è un problema in più: sì, vi parlerò della pandemia; no, non centra il pericolo di contagio a cui potreste andare incontro.

Che succede, quindi?
Succede che a 50 milioni di operai del settore tessile, che lavorano nei paesi in via di sviluppo, mancano 6 miliardi di stipendi che i brand non hanno versato, o versato in parte.

Succede che proprio sulla scia della pandemia, i grandi marchi d’abbigliamento decidono che a pagare il prezzo più alto dei mancati introiti di questi ultimi mesi saranno, ancora una volta, i lavoratori.

In particolare, quelli i cui diritti spesso faticano ad essere riconosciuti. Lavoratori sfruttati, abusati, pagati una miseria, e come al solito sono le donne ad avere la peggio, con il più alto numero di ordini non pagati, o pagati in parte.

Ora, si farebbe presto a concludere dicendo che la causa di questa situazione sia la pandemia, ma la verità è che la pandemia è stata usata come una scusa dai grandi marchi di abbigliamento per continuare a chiedere riduzioni dei prezzi ai propri fornitori, che al loro volta si rifanno su i lavoratori negli stabilimenti.

Di queste milioni di persone dimenticate è difficile riuscire a trovare informazioni precise, perché l’industria della moda è gestita fin dai suoi albori con quello che oggi Conte definirebbe “il favore delle tenebre”, dove la parola trasparenza non compare praticamente mai nel vocabolario dei grandi marchi.

Griffe come H&M, Primark e Nike hanno i soldi per pagare i lavoratori ciò che a loro è dovuto. Ma non lo fanno

Il perché è presto detto: i marchi cercano sedi in cui produrre è più economico e dove ci sono leggi sul lavoro più morbide.
E i nomi li abbiamo, li ha fatti la Thomson Reuters Foundation – ente di beneficenza indipendente registrato nel Regno Unito e negli Stati Uniti che lavora per promuovere la libertà dei media, economie più inclusive e diritti umani – che a metà ottobre scriveva tra le sue news: “Marchi multimiliardari, come H&M, Primark e Nike, hanno i soldi per pagare ai lavoratori ciò che è loro dovuto, ma non lo fanno. I marchi sanno che possono farla franca perché ci sono già riusciti tenendo salari di povertà per tantissimo tempo.

Queste sono aziende multimiliardarie basano il loro modello di business sullo sfruttamento e su salari da fame; aziende che considerano i diritti umani come un impiccio, e il profitto come unico faro. Il punto è questo: non possiamo più fare finta che tutto questo non accada, non possiamo più fare finta di non sapere.

Recentemente il “The Business Standard“, un importante quotidiano indiano in lingua inglese, ha fatto sapere che la Bangladesh Sangjukto Garments Shramik Federation -la Federazione dei lavoratori dell’abbigliamento- ha avanzato una serie di richieste, che la dicono lunga sulle difficoltà che questi paesi hanno nel rispettare anche i diritti più basilari dei lavoratori, infatti tra queste troviamo:

  • un’indennità di emergenza di cui possano beneficiare oltre che i propri lavoratori, anche quelli di altri settori che hanno continuato a lavorare durante la pandemia, per non fermare l’economia;
  • il divieto di licenziamento verbale, ma solo per iscritto, che dovrebbe essere qualcosa di ovvio e che purtroppo non lo è;
  • di poter formare sindacati liberi in conformità con la Convenzione Ilo (cioè tutte quelle norme internazionali per un lavoro dignitoso che garantisca oltre che lo sviluppo economico anche quello sociale);
  • l’espulsione di tutti i lavoratori stranieri illegali a favore dei disoccupati così detti domestici, il che ovviamente lascia intendere l’ipotesi che scoppino delle guerre intestine tra i lavoratori.

Insomma la situazione è pronta peggiorare, qualora fosse possibile.

Non mancano poi le molestie sessuali e gli abusi nelle fabbriche. La situazione è molto grave.

A proposito di questo, lo scorso ottobre a Dacca, capitale del Bangladesh, è stata organizzata una grossa manifestazione di protesta proprio per chiedere una nuova legge sul lavoro che possa effettivamente proteggere le donne dalle molestie sessuali e dagli abusi di cui sono costanti vittime.

Il punto è questo: non possiamo più fare finta che tutto questo non accada, non possiamo più fare finta di non sapere.

Lo ripeto ancora una volta: i grandi marchi d’abbigliamento conoscono queste enormi problematiche, ma decidono comunque di continuare a perpetrare un modello di business spietato: in un report della Global Workers’ Rights (CGWR) della Penn State University, non si usano mezze parole e si parla di “sfruttamento della disperazione”. Infatti, i fornitori hanno dichiarato di dover aspettare in media 77 giorni per i pagamenti da parte dei brand, rispetto ai 43 giorni previsti prima della pandemia: il timore di nuove chiusure di fabbriche è elevato.

Sempre i fornitori hanno dichiarato di aver già licenziato il 10% dei lavoratori e di arrivare a doverne tagliare un ulteriore 35% se la situazione non dovesse cambiare.
Se questa cifra dovesse essere vera per l’intero settore a livello globale, milioni di lavoratori dell’abbigliamento potrebbero rimanere senza lavoro, con conseguenze che travalicherebbero i confini che ultimamente teniamo tanto -più che in altri momenti storici- a difendere.

About the Author

Manolo Zocco

Ciao, studio Scienze Ambientali e Naturali all'Università degli Studi di Siena. A Marzo ho pubblicato un libro di poesie (lo trovi qui sotto) donando tutti gli utili alla Croce Rossa Italiana.

View All Articles